​Bologna e la musica: Quando la tolleranza diventa l’alibi del declino



Bologna non è mai stata una città ordinata. E, per decenni, questo non è mai stato un problema. Al contrario, il disordine era il suo linguaggio: i portici non erano solo passaggi, ma membrane vibranti; i muri non erano pietre, ma spartiti; i locali non erano imprese, ma laboratori di un'urgenza creativa che non aveva ancora un nome.

​Da Lucio Dalla ai Disciplinatha, la città ha sempre saputo trasformare l’imperfezione in un’identità potentissima. Ma oggi, quella magia sembra essersi spezzata. C’è una linea rossa, sottile ma invalicabile, che separa l’imperfezione vitale dall’abbandono puro. E Bologna, quella linea, l'ha superata.

L’equivoco della tolleranza

​Oggi, camminare tra Via Zamboni e il Pratello non restituisce più l'idea di una "vitalità disordinata". Restituisce l'idea dell'incuria. Zone lasciate a sé stesse, sporcizia che non racconta nessuna storia, spazi sospesi in un limbo dove non c'è né gestione né vera vita vissuta.

​Il problema è che tutto questo viene giustificato , o peggio, mascherato, da una parola diventata ormai un paravento: tolleranza.

​La tolleranza ha senso solo se è un terreno fertile. Se genera cultura, se crea relazione, se permette al nuovo di germogliare. Quando diventa semplicemente la rinuncia a intervenire, cambia natura: diventa un alibi per il disinteresse.

​Il risultato è sotto gli occhi di chiunque voglia guardare senza filtri: non siamo davanti a una città più libera, ma a una città profondamente più trascurata.

Il termometro rotto della musica

​La musica è sempre stata il termometro di Bologna, e oggi quel termometro segna una temperatura preoccupante. Non è il talento a mancare. Quello c'è sempre. Sono i contesti.

​L'ecosistema che una volta trasformava il caos in suono sta scomparendo, schiacciato tra due estremi speculari e altrettanto sterili:

​Gli spazi "gentrificati": luoghi ripuliti, resi innocui e asettici, pensati per il consumo veloce e non per la creazione lenta.

​Gli spazi degradati: luoghi abbandonati a un destino di incuria dove non nasce nulla, perché manca la cura minima necessaria a far crescere un'idea.

​In mezzo, in quel "terreno di mezzo" che ha reso grande Bologna, c’è il vuoto. E senza quel fango fertile, la musica non attecchisce. Sopravvive, forse, ma smette di respirare.

Un futuro di rendita o di creazione?

​Il punto non è la nostalgia. Non è il solito "si stava meglio prima". Il punto è terribilmente attuale: una città che confonde la tolleranza con l’abbandono smette, lentamente, di produrre bellezza.

​Bologna può continuare a raccontarsi, può vivere di rendita citando i suoi grandi del passato, può farsi vanto di etichette prestigiose. Ma se non torna a essere un luogo dove il passato può morire per rinascere in forme nuove e disturbanti, resterà solo un guscio vuoto.

​La domanda resta aperta e bussa forte sui portici: Bologna è ancora una città che crea musica, o è diventata solo un museo che si limita a ricordarla?

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