L'illusione della griglia: perché tutto il cinema italiano è finito a Prati?
Se aprite una guida cinematografica di Roma, o vi perdete nel flusso domestico dei cinephile da Instagram, vi accorgerete presto di un'anomalia geodetica: la Settima Arte, da queste parti, ha un domicilio fisso. Si è consumata quasi interamente tra un palazzo umbertino, una traversa geometrica e un viale alberato del quartiere Prati. Viene da chiedersi, con una punta di fastidio, se a Roma non esistesse altro. Perché questa sottomissione a una griglia ottocentesca così rigida, così borghese, così visivamente sorda se la si confronta con il fango dei vicoli del centro storico o con la pancia disordinata delle periferie? La risposta, a guardarla bene, non è una questione di cuore. È una questione di comodità scenografica e di inganno geometrico. Prati è il quartiere della facciata perfetta: un teatro d'innocenza dietro cui nascondere il deforme, l'assurdo, la paranoia. Nel 1975 Dario Argento portò la sua cinepresa al liceo Terenzio Mamiani, in viale delle Milizie. C...








