Ho scoperto troppo tardi perché scrivo (e cosa raccontano davvero i miei romanzi)
Per anni ho pensato di scrivere storie diverse tra loro. Poi, durante un romanzo, ho capito che stavo raccontando sempre la stessa cosa — senza accorgermene. Questa è la storia di quella scoperta, e di ciò che la scrittura rivela di noi prima ancora che siamo pronti ad ammetterlo.
Quando ho iniziato a dedicarmi alla scrittura, ero convinto che, per quanto difficile, esistesse una strada capace di portarmi al grande pubblico.
Pensavo che la vera sfida fosse trovare un editore, superare le selezioni, riuscire a emergere. Non avevo capito, invece, la cosa più importante: non stavo scrivendo per gli altri. Stavo scrivendo per me.
E la cosa curiosa è che io stesso non ne ero consapevole.
La mia scrittura, però, lo sapeva benissimo.
La fantasia stava mettendo nero su bianco le mie ossessioni, i miei demoni, molto prima che io riuscissi a riconoscerli.
Me ne sono accorto soltanto durante la stesura de La donna che litigava con sé stessa.
A un certo punto mi sono fermato e mi sono detto: ma ti rendi conto che i tuoi romanzi parlano tutti, in fondo, della stessa cosa?
Il cambio d’identità.
Avrei potuto analizzare il perché, cercarne le radici, costruirci sopra una teoria. Ma non l’ho fatto. Forse perché la scrittura, certe verità, le rivela senza bisogno di spiegazioni.
Ne L’oro degli dei il cambio d’identità è nascosto dall’incalzare degli eventi. È il filo conduttore della storia, ma resta quasi invisibile. Ci sono un manoscritto misterioso, un tesoro forse leggendario e persone disposte a lasciarsi tutto alle spalle pur di trovarlo. Nonostante il sottotitolo reciti Nessuno è chi dice di essere, il tema dell’identità rimane sotto traccia, mimetizzato nell’avventura.
Ne I gabbiani di San Sebastian emerge invece come fuga da un passato doloroso, seppur attraversato da una forma di gloria. Qui non sono i colpi di scena a dominare, ma il peso umano della vicenda. Il cambiamento e la fuga sostengono la storia senza diventarne apertamente il centro.
È proprio in La donna che litigava con sé stessa, invece, che la fuga — e il conseguente cambio d’identità — prendono il sopravvento. Fin dalle prime pagine è chiaro che quello è il vero cuore del romanzo. Gli avvenimenti che attraversano mezzo secolo diventano il mezzo per giustificare una scelta radicale: abbandonare una vita apparentemente mediocre per reinventarsi.
Scrivere quella fuga è stato uno dei momenti più intensi ed esaltanti del mio percorso.
Col tempo ho capito che forse scrivere funziona proprio così: raccontiamo storie pensando di inventarle, mentre in realtà stiamo cercando qualcosa che ci riguarda molto più da vicino.
In fondo, assecondare i propri demoni e ascoltare la fantasia non è altro che una forma di evasione dal quotidiano. E mettere parole in bocca a personaggi inventati significa concedersi, almeno per un momento, ciò che nella vita reale non sempre abbiamo il coraggio di fare:
cambiare identità.
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