QUANDO UN SOGNO DIVENTA UNA FIGURA RETORICA - Analessi e prolessi in una notte qualsiasi
Una notte della scorsa settimana ho fatto un sogno.
Parlavo con una mia ex compagna di scuola, ricordandole quella volta che eravamo andati insieme a Londra in moto. Dovevamo avere sedici o diciassette anni, non di più.
Un attimo dopo — in quell’accavallarsi di immagini e colori che sono i sogni — mi ritrovo a parlare con la stessa compagna di scuola: alta, il viso ancora da ragazzina. Le stavo proponendo di andare a Londra in moto.
Le dico:
- Quando saremo adulti, una sera parleremo di questo momento in cui ti ho proposto di andare a Londra.
Un attimo prima di svegliarmi, le due scene si sono capovolte e sovrapposte.
Raramente ricordo i sogni. Ma questo me lo sono ricordato.
Forse perché è semplicemente il compendio di due figure retoriche che mi affascinano moltissimo: analessi e prolessi.
L’analessi: il ritorno al passato
L’analessi, altrimenti detta flashback, è una figura retorica molto utilizzata in narrativa: il narratore interrompe il presente del racconto per tornare a narrare un fatto accaduto in precedenza.
Un esempio su tutti: i capitoli dedicati alla Monaca di Monza ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
È una figura molto comune, chiara nel suo dipanarsi. Proprio per questo, talvolta rischia di sfiorare la banalità se non costruita nel modo migliore.
Per chi ha letto Runa e si ritrova con una manciata di domande su parecchie cose lasciate — diciamo così — sciaguratamente in sospeso, sappia che il secondo romanzo della serie, di cui sto scrivendo il quarto capitolo e di cui ancora non vi svelo il titolo, farà largo uso dell’analessi.
Servirà proprio a dipanare la matassa rimasta ingarbugliata alla fine di Runa.
E chi non ha letto Runa… speriamo che questa sia una buona occasione per incuriosirsi.
La prolessi: il futuro che irrompe nel racconto
Ma è la prolessi la figura retorica che più mi affascina.
È delicata, fragile, complessa nella sua costruzione.
Nella prolessi il narratore anticipa fatti che accadranno più avanti nel tempo, interrompendo la linearità del racconto.
Un esempio? Io che dico alla mia compagna di scuola:
- Quando saremo adulti, una sera parleremo di questo momento in cui ti ho proposto di andare a Londra.
Caspita: una prolessi dentro un sogno.
La cosa più emozionante che potessi sognare di sognare.
Con tutte le accortezze del caso, ho provato a costruire una prolessi anche in La donna che litigava con sé stessa, scomodando addirittura Michael Stipe dei R.E.M.
Ma l’esempio più celebre resta probabilmente l’incipit di Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez:
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.”
Cinque righe.
E bastano da sole per spingerti a divorare l’intero romanzo.
Ah, per la cronaca:
a diciassette anni non andai mai a Londra in moto con la mia compagna di scuola.
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